Questo articolo ha una media di giudizio:


  Articolo redatto da:
  gianfrancesco vecchio



ASSEGNO DIVORZILE: IN ARRIVO UNA NUOVA BABELE GIUDIZIARIA?

20/01/2019 - Le Sezioni Unite hanno ampliato oltre misura la discrezionalità dei Giudici


        Con una lunga pronuncia, la n. 18287 del 2018, il nostro massimo organo giudicante sostiene di aver finalmente portato a termine la corretta interpretazione della storica legge del 1970, come modificata nel 1987, relativamente all’assegno divorzile e consegna alle corti di merito un “principio di diritto” così generico ed indeterminato rispetto a quanto detto in precedenza, da poter essere tranquillamente utilizzato in futuro per giustificare qualsiasi tipo di scelta in materia.



         Il lungo ed articolato testo della decisione si presta a molteplici osservazioni critiche, che ho cercato di svolgere, nel saggio che qui segnalo (L’Assegno Divorzile, Roma, 2019), avendo sempre presente quell’autonomia individuale che, in una vicenda quale quella matrimoniale, dovrebbe trovare uno dei pochi campi di massima espressione rimasti e che, invece, gli viene ostinatamente negato più dall’interpretazione giurisprudenziale che dal testo normativo.



        Tra le conseguenze più gravi che è possibile addebitare alla decisione al centro di queste riflessioni vi è quella di finire per perseguire, in concreto, non tanto la affermata protezione di gravi e, eventualmente, incolpevoli situazioni di debolezza economica, che sarebbe compito dello Stato tutelare, ma una sostanziale forma di censura a carico di chi, economicamente più forte, si è permesso di esercitare il suo, riconosciuto (!), diritto di uscire dal vincolo matrimoniale.



           Di fronte ad una scelta del genere, dovrebbe considerarsi decisamente arrivato il momento di introdurre anche in Italia i patti prematrimoniali, per consentire ai coniugi di definire in maniera certa ed autonoma le conseguenze della possibile fine dell’unione. 



         Sembrano chiaramente spingere in questa direzione, non solo e finalmente le prime autorevoli valutazioni critiche di questa “strana” decisione (è recentissimo il Commento di F. Macario, Una decisione anomala e restauratrice delle sezioni unite nell’attribuzione (e determinazione) dell’assegno di divorzio, in Foro It., 2018, c. 3606), quanto anche una decisione di merito che è finita su tutti i giornali ed una di legittimità di cui non mi pare parli nessuno.



         Prima di richiamarle, mi sembra doveroso rimarcare che, una sentenza che nel suo principio di diritto arriva a sostenere che l’assegno di divorzio ha, IN PARI MISURA, UNA FUNZIONE ASSISTENZIALE, COMPENSATIVA E PEREQUATIVA, non può che rendere a tutti gli effetti imprevedibile l’esito di qualsiasi giudizio sul tema, con buona pace di coloro che, diversamente, ritengono che tanto più un sistema giudiziario è affidabile, quanto più si possa avere una ragionevole idea del futuro esito di una possibile controversia.



         Al contrario, infatti, la possibilità concreta di ottenere sempre un risultato positivo per l’attore, esclude qualsiasi remora ad affrontare la via giudiziaria.



          Venendo quindi alle decisioni cui si accennava, può dirsi sin da subito che, nel primo caso, si è andati forse anche oltre i larghissimi confini sopra delineati.



         Ci si riferisce, in particolare, ad una decisione di gennaio del Tribunale di Torino molto ripresa dalla stampa (es. https://bit.ly/2Mj2t6zhttps://bit.ly/2CJJ5vd) e anche oggetto di trasmissioni radiofoniche, nella quale sarebbe stato confermato l’assegno divorzile a favore di una ex moglie in ragione del circostanza, provata (!?), che in sostanza solo lei si era occupata degli studi del figlio, oggi ultra ventenne studente universitario, e che gli stessi erano stati di particolare successo.



         Quindi, se ben s’intende, il tribunale monetizza in debito vita naturaldurante incombente sul ex marito, il “sacrificio” (ma veramente si è scritto così?) che una madre avrebbe sopportato occupandosi dello studio del loro figlio.



         A prescindere dalle valutazioni circa il come e il cosa avrebbe spinto il padre ad occuparsi di meno, o forse anche per niente, del figlio, trovo che la conferma di un “principio di diritto” del genere potrebbe semplicemente portare alla distruzione dell’unità familiare in genere.



         Come illustrato nel testo, il ragionamento sottintende una “patrimonializzazione” ex post di qualsiasi attività svolta da uno dei coniugi all’interno del matrimonio, che non abbia avuto un diretto ritorno economico per l’agente, trasformando l’istituto coniugale nel più “economico” dei contratti. 



         Una visione del tutto personale del giudicante, priva di qualsiasi richiamo normativo (per fortuna) e che, se conosciuta dai cittadini, non potrebbe avere altro effetto che quello di trattenere chiunque dotato di buon senso dallo sposarsi. A meno che, come in effetti ipotizzo all’inizio di queste pagine, non sia dato agli aspiranti nubendi il diritto di regolamentare in maniera dettagliata tutti i costi della, sempre possibile, futura uscita dall’unione.



           In senso, direi opposto, segnalo la stringata Ordinanza della Suprema Corte n. 406/2019, che nega recisamente il diritto all’assegno divorzile nel caso il pretendente abbia costituito una nuova famiglia di fatto, sulla base di un principio giurisprudenziale che si afferma consolidato (e si richiamano le sentenze Cass. nn. 6855/2015 e 2466/2016).



        Il perché di tale scelta si individua nella circostanza per cui, tale nuova situazione, “rescindendo ogni connessione con il tenore ed il modello di vita caratterizzanti la pregressa fase di convivenza matrimoniale, fa venire definitivamente meno ogni presupposto per la riconoscibilità dell’assegno divorzile”.



         Qui, il problema non è tanto se io sia o meno d’accordo con quanto appena detto, quanto piuttosto la circostanza che, così scrivendo, si ignora, palesemente, il fatto che le Sezioni Unite del 2018 hanno, definitivamente (!?), affermato che l’assegno divorzile, nel non avere più nulla a che fare con il tenore di vita goduto manente matrimonio, deve essere invece valutato nell’ottica di quei sopra richiamati e amplissimi criteri.



         Perciò, se ci si rifà, confermandole, a decisioni che avevano ragionato, in precedenza in termini di venir meno del tenore di vita coniugale, si lascia forte la sensazione che non si sia ancora trovato un vero e proprio accordo in seno alla Suprema Corte su questo punto, con buona pace dei diritti assai rilevanti e personalmente sentiti dei soggetti interessati.



         Noto da ultimo, che il Relatore di questa Ordinanza è il medesimo che nel 2017, si è occupato della molto nota n. 11504 che, con mia assoluta condivisione, aveva provato a rinchiudere l’assegno divorzile nel recinto delle strette necessità economiche personali del ex coniuge richiedente, come in effetti mi sembra che preveda la legge.



                                                                      Gianfrancesco Vecchio  




Per visualizzare questo documento, devi fare l'accesso: LOGIN >


Quanto ti è piaciuto questo articolo?   



Visualizza altri commenti:





DIVENTA REDATTORE
Contribuisci alla crescita del portale
Chiedi di diventare Redattore. Il portale cresce grazie anche a Te. Invia una email a: comitatoscientifico@maurovaglio.it.
I requisiti minimi per valutare la tua richiesta sono: appartenenza ad un albo professionale o certificabile riconoscimento come opinion leader in un settore professionale.