Questo articolo ha una media di giudizio:


  Articolo redatto da:
  Avv. Alessio Tranfa



Distinzione a fini penali tra armi e munizioni da guerra e armi comuni da sparo e relativo munizionamento

29/01/2019 - Corte di Cassazione, Sezione Sesta Penale, sentenza n.11172 dell’11.11.2014, depositata il 17.3.2015 Armi e munizioni comuni e da guerra – Distinzione a fini penali – Le cartucce calibro 9x19 e le pistole camerate 9x19 non possono essere considerate a fini penali come munizioni e armi da guerra non


Ciò che a fini penali determina il carattere bellico di una munizione non è il suo mero utilizzo da parte delle Forze Armate o delle Forze dell’Ordine, bensì il possesso di una spiccata potenzialità offensiva rispetto a quella destinata ad arma comune da sparo. Lo stesso principio si applica in materia di armi.



Questo è quanto ha ribadito la Corte di Cassazione sulla scia di un orientamento pressoché costante che tuttavia viene spesso non condiviso o addirittura ignorato dalla giurisprudenza di merito.



In tal senso la Prima Sezione Penale dei giudici di Piazza Cavour, con la sentenza numero 11172/2015 dell’11 novembre 2014 (depositata il 17 marzo 2015), ha annullato senza rinvio la sentenza della Corte di Appello di Roma, Sezione 3^ Penale (RG. 08009/2013), pronunciata in data 25.10.2013, limitatamente alla qualificazione giuridica delle munizioni calibro 9x19, sequestrate all’imputato, rinviando ad altra sezione della Corte di Appello di Roma ai soli fini della rideterminazione della pena.



La particolarità della suddetta sentenza di legittimità risiede nel fatto che la Corte ha ritenuto come le munizioni calibro 9x19 non possano essere ritenute armi da guerra, infatti la destinazione per quanto esclusiva, ad armamento delle Forze Armate e dei corpi armati dello Stato non può assumere nel caso della pistola semiautomatica calibro 9x19 parabellum e delle relative munizioni, alcun ruolo decisivo ai fini della sua classificazione e qualificazione giuridica come arma da guerra.



La vicenda processuale può essere ricostruita nei termini che seguono.



In data 26.11.2102 l’imputato veniva tratto in arresto perché trovato in possesso di n.9 munizioni calibro 9x19 e n.4 munizioni calibro 9x21, debitamente sequestrate da parte dei Carabinieri nel corso di una perquisizione domiciliare.



Il capo d’imputazione formulato dalla Procura procedente era il seguente: “[omissis] imputato del reato p. e p. dell’art. 2 della L. 859/67 perché deteneva, illegalmente all’interno della propria abitazione n. nove (9) munizioni da guerra calibro 9x19 con sigla G.F.L. sul fondello, in uso alle Forze Armate, e n. quattro (4) munizioni calibro 9x21, con sigla IMI sul fondello. Con recidiva specifica infraquinquennale ex art. 99 c.p.”.



A seguito della convalida dell’arresto l’imputato chiedeva e otteneva di essere giudicato con rito abbreviato condizionato all’escussione di un consulente balistico di parte che deduceva che sia le munizioni di calibro 9x21 che quelle di calibro 9x19 (entrambe erano tra l’altro reperibili presso le sezioni del Tiro a Segno Nazionale e quindi destinate anche ai civili) non potevano considerarsi munizioni di guerra. Il consulente di parte precisava che seppure in dotazione alle Forze Armate e alle Forze dell’Ordine, tale mera destinazione non ne determinava il carattere bellico, e che anzi le munizioni calibro 9x19 hanno una potenzialità offensiva minore rispetto a quelle calibro 9x21 sia a causa della minor carica presente nel bossolo (di due millimetri più corto), sia a causa del fatto che la blindatura della palla la rende non deformabile e quindi meno devastante e letale.



Con sentenza in data 11/2/2013 il Tribunale condannava l’imputato alla pena di 1 anno e 4 mesi di reclusione ritenendo perfezionato il delitto di detenzione di munizioni da guerra di cui all’art.2 della legge n.895/1967 in relazione a tutte le cartucce sequestrate, e cioè sia quelle calibro 9x21 che quelle calibro 9x19.



Ciò malgrado il capo d’imputazione avesse contestato, con riferimento alle munizioni calibro 9x21, la violazione dell’art.697 c.p. anziché quella ben più grave di cui all’art.2 della Legge n.895/1967.



Il difensore proponeva appello contro detta sentenza deducendo, tra l’altro, alla luce degli atti a disposizione del giudice di primo grado (tra cui il verbale di sequestro dei Carabinieri, la testimonianza e l’elaborato scritto del consulente tecnico balistico della difesa), l’errata qualificazione giuridica che meglio doveva essere circoscritta nella fattispecie contravvenzionale di cui all’art.697 c.p. (in relazione a tutte le munizioni sequestrate o quantomeno in relazione alle munizioni calibro 9x21) anziché a quella delittuosa di cui all’art.2 legge n.895/1967.



Di conseguenza l’imputato andava rimesso in termini, ai sensi dell’art.141 bis disp. att. c.p.p., dalla facoltà di chiedere di essere ammesso all’oblazione.



Con sentenza del 25.10.2013 la Corte di Appello, in parziale accoglimento del gravame di merito, derubricava (con riferimento alle munizioni calibro 9x21) il reato di detenzione di munizioni da guerra (art.2 legge n.895/1967) in quello di detenzione di munizioni per arma comune da sparo (art. 697 c.p.), riducendo conseguentemente la pena irrogata a 10 mesi di reclusione.



Confermava dunque la sussistenza del delitto di cui all’art.2 legge n.895/1967 in relazione alle cartucce calibro 9x19.



La Corte di Appello motivava tale decisione affermando che le munizioni calibro 9x21 non erano da considerarsi armi da guerra pertanto, come indicato nel capo di accusa il reato pertanto andava derubricato all’ipotesi contravvenzionale di cui all’art 697 c.p., mentre per quanto concerne le munizioni calibro 9x19 veniva affermata la loro caratteristica di armi da guerra, ribadendo come a dizione dell’art. 2 della L. 110/75, come modificata dal D.L.gs. 204/2010, fosse necessario rilevare come sia vietata l’introduzione nel territorio dello stato e la loro vendita, salvo che siano destinate al munizionamento delle Forze Armate o dei corpi armati dello Stato, o all’esportazione.



Il difensore proponeva ricorso per cassazione contro detta sentenza denunciando, tra l’altro, l’inosservanza e l’erronea applicazione della legge penale ai sensi dell’art.606 lettera c) c.p.p. e l’illogicità e contraddittorietà della motivazione ai sensi dell’art.606 lettera e) c.p.p. in relazione a quanto accertato mediante la consulenza tecnica balistica e la testimonianza del consulente tecnico balistico e al verbale di sequestro in atti, acquisiti agli atti a disposizione del giudice di primo grado.



Con sentenza in data 11.11.2014 la Corte di Cassazione, Sezione Prima Penale, accoglieva parzialmente il ricorso pronunciando l’annullamento senza rinvio della sentenza di appello e rinviando ad altra sezione della Corte territoriale esclusivamente ai fini della rideterminazione della pena.



La Corte di legittimità, tornando nuovamente sul tema posto col ricorso (si vedano le sentenze n.12737 del 20.3.2012, rv 252560; n.52170 del 2014 e n.52526 del 2014), ribadiva (anche mediante riferimenti in materia tecnico balistica di notevole rilievo e competenza) che le munizioni calibro 9x19 non possono essere qualificate, a fini penali, come munizioni da guerra.



La motivazione articolata dai giudici di Piazza Cavour può essere riassunta come segue.



Il criterio legale che caratterizza le munizioni e le armi da guerra è il possesso del requisito della spiccata potenzialità offensiva contenuto nell’art.1, commi 1 e 3, della legge n.110 del 1975.



In tema di armi, il requisito tipico e individualizzante dell’appartenenza del modello di pistola calibro 9x19 alla categoria delle armi da guerra (o tipo guerra) è contraddetto e messo in crisi dalla paci?ca qualificazione normativa di arma comune da sparo della pistola semiautomatica calibro 9x21 destinata al mercato civile e liberamente vendibile ai privati in possesso dell’apposita licenza rilasciata dall’Autorità di P.S., comunemente detto “porto d’armi” (per uso sportivo o per uso difesa personale esso sia).



La pistola semiautomatica calibro 9x21, tipica arma corta comune da sparo, possiede caratteristiche tecniche e capacità balistiche pressoché identiche (anzi superiori) a quelle con munizionamento 9x19 in dotazione alle Forze Armate e alle Forze dell’Ordine.



L’unica differenza tra questi due modelli è il fatto che la pistola semiautomatica 9x21 è camerata per le cartucce calibro 9x21 dotate di un bossolo più lungo di 2 mm e di una potenza di sparo certamente non inferiore (per non dire superiore) a quella della cartuccia 9 parabellum che costituisce, in genere, una delle cartucce per pistola più diffuse e utilizzate al mondo (anche al di fuori dell’impiego militare e da parte delle forze di polizia) perché unisce una traiettoria piatta a un moderato contraccolpo, oltre che a un discreto “potere d’arresto”.



L’esclusione dell’intrinseca potenzialità offensiva, tipica invece del munizionamento per armi da guerra (o tipo guerra, secondo la de?nizione contenuta nell’art.1 comma 2 della legge n. 110 del 1975), della cartuccia calibro 9 parabellum è confermata (come del resto aveva affermato il Consulente Tecnico Balistico della difesa sentito nel giudizio di primo grado) dall’esistenza e dalla sua commerciabilità, sul mercato italiano, di munizioni per arma comune da sparo dotate di una capacità di offesa alla persona superiore (come ad esempio il calibro 9x33), liberamente e legittimamente detenute da soggetti privati (purché muniti di licenza) nonché - soprattutto - dalla circostanza che armi lunghe da fuoco camerate per cartucce del medesimo calibro 9 parabellum, come la carabina Thureon Defense di fabbricazione USA, hanno recentemente ottenuto dal Banco nazionale di prova di Gardone Valtrompia (BS), la certi?cazione di armi comuni da sparo importabili e commerciabili anche in Italia.



La conclusione che ne consegue è che la qualificazione in termini di arma da guerra della pistola semiautomatica camerata per l’utilizzo di munizioni 9 parabellum non può discendere da un - inesistente – carattere intrinseco della stessa come arma destinata, in forza di una naturale potenzialità offensiva, all’impiego bellico.



Questo trova riscontro – prosegue la Corte – sul piano normativo/sistematico poiché la relativa disciplina é contenuta non già nell’art.1 della legge n.110 dei 1975 (che definisce, come si é visto, le armi da guerra, le armi tipo guerra e le munizioni da guerra), ma nel successivo art.2, che definisce le munizioni comuni da sparo, prevedendo - al comma 2 - il divieto di fabbricazione, di introduzione nel territorio dello Stato e di vendita del relativo modello di armi corte da fuoco “salvo che siano destinate alle forze armate o ai corpi armati dello Stato, ovvero all’esportazione” cosi presupponendo che, in mancanza di tale divieto, le armi stesse sono commerciabili nello Stato secondo la disciplina delle armi comuni da sparo posto che, se si trattasse di armi da guerra rientranti nella de?nizione dell’art.1, l’importazione in Italia e la vendita ai soggetti privati sarebbe di per sé proibita dalla relativa qualità, senza la necessita di stabilire un apposito divieto al riguardo.



Paradossalmente, dunque, il suddetto inciso della Corte (“salvo salvo che siano destinate alle forze armate o ai corpi armati dello Stato, ovvero all’esportazione”) fa sì che la destinazione della munizione 9x19 parabellum ad armi destinate alle Forze dell’Ordine e alle Forze Armate concorra ad escluderne il carattere bellico.



II divieto assoluto, stabilito dalla normativa nazionale per i soggetti privati, di acquistare, detenere e portare (ovviamente con le debite autorizzazioni) il modello di pistola calibro 9x19 parabellum è dunque funzionale ad assicurarne la destinazione esclusiva della stessa ed alla dotazione delle forze armate e dei corpi di polizia, a prescindere da una presunta qualità e natura intrinseca dell’arma da guerra dovuta ad una inesistente maggiore potenzialità offensiva delle cartucce 9x19 parabellum il cui impiego sarebbe altrimenti - indifferentemente - proibito anche per le armi da fuoco lunghe.



Pertanto la relativa disciplina assolve la funzione non già di tutelare la sicurezza pubblica – inibendo la disponibilità ai soggetti privati di un’arma (e di un munizionamento) dotata di una spiccata pericolosità e azione lesiva tipica delle armi da guerra (che la pistola calibro 9x19 parabellum si é visto non possedere) – bensì di consentire - o per converso di escludere - l’immediata riferibilità, in termini di tendenziale certezza, all’azione delle Forze Armate o di Polizia, in caso di sparo o di con?itto a fuoco, dei bossoli dei colpi esplosi da armi corte il cui calibro corrisponda (o viceversa non corrisponda) allo speci?co modello della pistola di servizio in dotazione esclusiva ai Corpi Armati dello Stato, posto che la similare cartuccia calibro 9x21, proprio a causa della maggiore lunghezza del bossolo di 2 millimetri, non può essere camerata nelle pistole munite di una camera di scoppio lunga solo 19 millimetri, come appunto quelle in dotazione ai corpi di polizia o armati.



La destinazione, per quanto esclusiva, dell’armamento delle Forze Armate e dei Corpi Armati dello Stato non può pertanto assumere, nel caso della pistola semiautomatica calibro 9x19 parabellum, alcun ruolo decisivo ai fini della sua classi?cazione e qualificazione giuridica come arma da guerra, che – a seguito dell’abrogazione dell’art.7 della legge n.110 dei 1975 e per effetto della novella di cui all’art.14 della legge n.183 del 2011, con conseguente soppressione, con decorrenza dall’1 gennaio 2012, del catalogo ivi previsto - non é più possibile ricavare, per esclusione, neppure dalla mancata iscrizione nel catalogo nazionale delle armi comuni da sparo.



Un’importanza fondamentale rivestono invece, per quanto concerne gli effetti della risoluzione della questione di diritto inerente la corretta qualificazione che deve attualmente riconoscersi alla pistola calibro 9x19, la sopravvenienza della norma di cui all’art.23, comma 12 sexiesdecies, della legge 7 agosto 2012 n.135 (di conversione in legge, con modificazioni, dei D.L. 6 luglio 2012 n. 95) che, a seguito dell’abolizione del catalogo previsto dall’art.7 della legge n. 110del 1975, ha attribuito al Banco nazionale di prova di cui all’art.11 comma 2 della medesima legge, la competenza di verificare, per ogni arma da sparo prodotta, importata o commercializzata in Italia, la qualità di arma comune da sparo nonché le conseguenti determinazioni che sono state adottate dal suddetto Banco nazionale, in attuazione dei nuovi compiti assegnati dalla legge nella procedura per la classificazione e il riconoscimento delle armi comuni da sparo.



In particolare, per quanto qui interessa, deve essere richiamata la deliberazione, pubblicata sul sito internet ufficiale del Banco Nazionale di Prova di Gardone Valtrompia (BS), adottata all’esito della riunione del consiglio di amministrazione dell’1 marzo 2013 e approvata dal Ministero dello Sviluppo Economico in data 19 aprile 2013.



Questa, con specifico riguardo alle armi da fuoco corte semi automatiche calibro 9x19 parabellum, dopo aver dato atto che la normativa nazionale di cui all’art.5 D. Lgs. n.204/2010 ne consente “la fabbricazione e l’esportazione secondo la normativa delle armi comuni”, ma tuttavia ne vieta la commercializzazione in Italia ai soggetti privati, precisa che “per evitare equivoci” (come testualmente recita la risoluzione) le armi stesse non saranno inserite nell’elenco delle armi classificate, ma che sul certificato di prova rilasciato al produttore/importatore, il Banco dichiarerà che si tratta di arma comune non commercializzabile in Italia.



Alla stregua di tale ultima determinazione proveniente dall‘Ente istituzionalmente deputato a verificare la qualità di arma comune da sparo delle armi da fuoco prodotte o importate in Italia, non è dunque possibile dubitare della qualità di arma comune da sparo che deve riconoscersi, sul piano normativo, alla pistola semi automatica calibro 9x19, camerata per le munizioni calibro 9x19 parabellum, il cui inserimento nell’elenco delle armi commercializzabili in Italia ai soggetti privati è inibito soltanto dal divieto normativo – contenuto nell’art.2 comma 2 della Legge n.110/1975 – che ne riserva la destinazione d’uso alle Forze Armate e ai Corpi Armati dello Stato, e non dalla natura e qualità  intrinseca del modello di pistola in oggetto che è e resta quella di un’arma comune da sparo.



Tale conclusione, coerente e consequenziale a tutte le considerazioni che precedono, è condivisa e recepita dalla Suprema Corte di Cassazione.



Pertanto dovrà essere affermata la natura di arma comune da sparo della pistola Beretta calibro 9x19 parabellum e la conseguente natura di munizioni per arma comune da sparo delle relative cartucce calibro 9x19 costituenti la naturale dotazione dell’arma da fuoco in questione; munizioni, queste, si ribadisce, prive delle caratteristiche di micidialità e della forza dirompente che costituiscono il discrimine per poterle qualificare come munizionamento da guerra (v. sentenza Cassazione Sezione 1^ Penale, n.9068 del 3.2.2011, Rv. 249874).



Dalle considerazioni sopra esposte consegue che - in accoglimento del primo motivo di ricorso - la detenzione delle cartucce è stata riqualificata ai sensi dell’art.697 c.p. anche per quanto riguarda le munizioni calibro 9x19 parabellum (trattandosi di condotta che rientra nell’ambito applicativo di detta norma incriminatrice, come da ultimo ribadito per le munizioni per arma comune da sparo dalla Cassazione Sezione 1^ Penale n.51450 del 15.7.2014, rv 261583), con rinvio ad altra sezione della Corte di Appello di Roma ai soli fini della conseguente rideterminazione della pena.



La Corte di legittimità, analizzando il secondo motivo di ricorso concernente l’attribuibilità della detenzione delle munizioni all’imputato, ne affermava l’infondatezza col suo conseguente rigetto.



La valutazione operata dalla Corte di merito traeva origine dalle risultanze obiettive dell‘attività di perquisizione operata dalla PG, peraltro in un contesto processuale caratterizzato dalla volontaria rinunzia dell’imputato (rito abbreviato) alla escussione dibattimentale dei verbalizzanti. In tal senso il Giudice di legittimità ha sostenuto come le circostanze di fatto verificatesi in sede di perquisizione (ovvero utilizzo della camera da letto da parte dell’imputato ed il rinvenimento del giubbino in un armadio posto in detta camera) fossero sufficienti ad affermare l‘esattezza logica delle deduzioni operate dalla PG, circa il possesso delle munizioni, non trovando spazio le ipotesi alternative formulate dal ricorrente. Sulla base di tali considerazioni questa ha pertanto ritenuto, come l’annullamento andasse limitato al solo tema della riqualificazione giuridica del fatto.



In conclusione la Corte di Cassazione, investita del gravame della sentenza della Corte di Appello, rigettava il ricorso con riferimento al secondo motivo di impugnazione (non riconducibilità delle cartucce all’imputato) ma accoglieva il primo motivo di ricorso statuendo come “la detenzione delle cartucce dovesse essere riqualificata nella violazione dall’art.697, anche per quanto riguarda le munizioni calibro 9x19”(trattandosi di condotta che rientra nell’ambito applicativo di detta norma incriminatrice, come da ultimo ribadito per le munizioni per arma comune da sparo da Sez. I n. 51450 del 15.7.2014, rv 261583)” e rinviando alla Corte di Appello ai soli fini della rideterminazione della pena.



CONSIDERAZIONI



Alla luce di quanto statuito con la suddetta di legittimità numero 11172 del 2015, non appare più possibile dubitare della qualità di arma comune da sparo che deve riconoscersi, sul piano normativo, alla pistola semiautomatica calibro 9×19, camerata per le munizioni calibro 9 parabellum e di conseguenza sulla natura di munizioni per arma comune da sparo delle relative cartucce calibro 9×19, che nel caso in esame avevano determinato notevoli problematiche circa la corretta qualificazione giuridica delle stesse.



Il notevole cambiamento di prospettiva operato dalla Corte di Cassazione deriva dal fatto che il fondamentale criterio della spiccata potenzialità offensiva (che caratterizza la definizione normativa di arma da guerra e delle munizioni destinate al loro caricamento) è stato contraddetto dalla pacifica qualificazione normativa, di arma comune da sparo, della pistola semiautomatica calibro 9x21, liberamente commerciabile nel mercato interno, che costituisce ad oggi, un modello di arma corta da fuoco con caratteristiche identiche a quelle del modello 9x19, rispetto alla quale, l'unica differenza è rappresentata dal fatto di essere camerata per le cartucce calibro 9x21 IMI, dotate di bossolo più lungo di 2 mm e di una potenza di sparo non inferiore a quella della cartuccia 9 parabellum.



In tal senso, l'esclusione del criterio della spiccata potenzialità offensiva (tipico del munizionamento per armi da guerra) è confermato dal fatto che in commercio, nel mercato italiano, si trovano anche munizioni per arma comune da sparo dotate di una superiore capacità di offesa alla persona (es: calibro 357 magnum 9x33 mm R) che sono liberamente detenibili da privati, ovviamente nel rispetto della normativa di P.S.



In estrema analisi pertanto, si può quindi affermare che, la destinazione per quanto esclusiva, ad armamento delle forze armate non può assumere (come nel caso della semiautomatica cal. 9 parabellum) alcun ruolo decisivo ai fini della classificazione della stessa come arma da guerra, di conseguenza, il porto di munizioni calibro 9x19, non può essere fatto rientrare nella fattispecie del reato di detenzione di armi da guerra.



La classificazione della 9 parabellum, come arma con spiccata potenzialità offensiva e pertanto in dotazione alle sole forze armate, non è pertanto rivolta a tutelare la sicurezza pubblica, ma pare esclusivamente volta a delineare un ambito entro il quale può esserne fatto uso e nel quale sia facilmente individuabile il soggetto agente, nonché il munizionamento usato.



Pertanto, se mancasse tale divieto queste armi sarebbero commerciabili all’interno dello Stato secondo la disciplina delle armi comuni da sparo, posto che se si tratti di armi da guerra secondo l’art.1 della L. 110/75, sarebbe proibita la vendita ai privati senza la necessità di alcun apposito divieto.



Preme pertanto sottolineare come la destinazione all’armamento delle Forze Armate della pistola semiautomatica 9 parabellum, non può ergersi, secondo quanto affermato dalla Corte di Cassazione, ad elemento atto a classificarla come arma da guerra così come detta destinazione non può ergersi nemmeno ad elemento atto a classificare la cartuccia 9 parabellum come munizione da guerra.




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