Questo articolo ha una media di giudizio:


  Articolo redatto da:
  gianfrancesco vecchio



Assegno divorzile e tenore di vita: l’abbandono del criterio non resiste nemmeno in termini linguistici.

22/02/2019 - Brevi Osservazioni a Cass. 14 febbraio 2019, n. 4523.


La tesi secondo la quale l’assegno divorzile non è altro che un’ipostasi giurisprudenziale, cioè una creazione dei giudici del tutto al di là della legge che regola, o forse regolerebbe, i rapporti patrimoniali post coniugali, trova un’altra conferma da parte della Cassazione, che riesce nel non facile compito di giudicare il criterio del “tenore di vita”, appena “abbandonato” dalle proprie Sezioni Unite per la determinazione dell’assegno divorzile, come coerente con la medesima decisione.



Di fronte all’impugnazione di una pronuncia di merito che, senza che risulti alcuna valutazione o approfondimento sulle scelte compiute dai coniugi durante la vita matrimoniale, attribuisce l’assegno divorzile alla ex moglie solo perché prossima ai sessant’anni, priva di esperienza lavorativa e di redditi propri, la Suprema Corte decide di ignorare il cuore motivazionale della decisione n. 18287/2018[1].



E, quindi, conferma la legittimità di tale conclusione.



Si torna, senza dubbio alcuno, al principio, sempre e solo giurisprudenziale, secondo il quale il matrimonio è, economicamente, per tutta la vita e quindi, pur essendosi divorziato, il coniuge più forte dal punto di vista patrimoniale deve mantenere vita natural durante l’altro alle condizioni  in essere durante il matrimonio. 



In fin dei conti, evidentemente, nulla importa se, secondo le Sezioni Unite della stessa Sezione Semplice che ha preso questa decisione, l’attribuzione e determinazione dell’assegno divorzile impone, imporrebbe,  di “procedere ad un accertamento probatorio rigoroso del rilievo causale degli indicatori sopraindicati (quelli dell’art. 5 c. 6 legge sul divorzio, n.d.r.)sulla sperequazione determinatasi, ed, infine la funzione equilibratrice dell’assegno, deve ribadirsi, non è finalizzata alla ricostituzione del tenore di vita endoconiugale ma soltanto al riconoscimento del ruolo e del contributo fornito dall’ex coniuge economicamente più debole alla realizzazione della situazione comparativa attuale”.



Quelle appena riportate devono essere, probabilmente, parole in libertà che ogni successiva sezione può applicare come meglio gli sembri opportuno, tanto, l’importante, sembra che continui ad essere solo ed esclusivamente escludere che un matrimonio possa finire dal punto di vista economico se, per caso, uno degli ex coniugi non possa lavorare e non abbia redditi propri.



Se questo atteggiamento permane anche dopo la profondamente criticabile decisione n. 18287 del 2018, appare oggettivamente certificata la natura pienamente “assicurativa” della celebrazione matrimoniale con, ovviamente, la peculiarità dell’assoluta impossibilità di sciogliersi da questo vincolo contrattuale a meno di ridursi nella povertà più assoluta così da poter rispondere, all’ex coniuge che pretende l’assegno, con un “mi dispiace, ma non ho un euro”.



La questione della indispensabile, e direi immediata, necessità di introduzione dei patti prematrimoniali assume, ormai, un vero e proprio connotato emergenziale; la qui confermata irriducibilità della giurisprudenza a rendersi conto della inaccettabilità di far valere un del tutto ipotetico “vincolo di solidarietà” tra soggetti che lo stesso diritto dichiara a tutti gli effetti “estranei”, quali sono gli ex coniugi, non può trovare altra soluzione in un fermo arresto legislativo che chiarisca, una volta per tutte, che il matrimonio può, almeno per volontà dei coniugi liberamente espressa al momento della sua celebrazione, cessare di avere qualsiasi effetto al momento del divorzio. 



Dovranno permanere, eventualmente, solo quei profili economici che, altrettanto liberamente, i coniugi avranno deciso di prevedere, sempre e solo al momento della celebrazione.



O degli effetti minimi, temporanei e dettagliatamente individuati, per il caso non si sia inteso effettuare una scelta adeguata[2].



Diversamente, la sempre più acquisita consapevolezza di queste inaccettabili conseguenze, imposte dalla giurisprudenza ad uno dei componenti delle coppie divorziate, oltre ad incrementare una litigiosità astiosa ed irrimediabile, costituirà progressivamente nient’altro che un maggiore freno alla stessa scelta di sposarsi.



Il tutto, chiaramente e anche se ormai sembra una considerazione secondaria, del tutto al di fuori delle previsioni normative vigenti. 



 



                                                                                 Gianfrancesco Vecchio



 



 









[1] Sia consentito segnalare che nel mio recente L’Assegno divorzile, anatonomia di un’ipostasi, Roma, 2019, 49-51, avevo segnalato come il preteso “abbandono” del parametro del tenore di vita non dovesse essere molto sopravvalutato, in considerazione dell’ampliamento dichiarato delle funzioni riconosciute all’assegno divorzile effettuato dalle Sezioni Unite.  Tuttavia, supera comunque le mie pessimistiche aspettative una sentenza come quella in esame che, con assoluta tranquillità, fa rientrare il criterio stesso in gioco riconoscendogli una “coerenza” di fondo con il portato della decisione a Sezioni Unite. La coerenza di un criterio, che si è appena riconosciuto come abbandonato, con il portato logico-sistematico della decisione che quel criterio abbandona, mi appare oggettivamente impossibile da sostenere….logicamente. 





[2] Al riguardo si rinvia alla mia proposta in Assegno divorzile, cit., 80-81.





 




Per visualizzare questo documento, devi fare l'accesso: LOGIN >


Quanto ti è piaciuto questo articolo?   



Visualizza altri commenti:





DIVENTA REDATTORE
Contribuisci alla crescita del portale
Chiedi di diventare Redattore. Il portale cresce grazie anche a Te. Invia una email a: comitatoscientifico@maurovaglio.it.
I requisiti minimi per valutare la tua richiesta sono: appartenenza ad un albo professionale o certificabile riconoscimento come opinion leader in un settore professionale.