Questo articolo ha una media di giudizio:


  Articolo redatto da:
  gianfrancesco vecchio



L’Ordinanza della Suprema Corte n. 10084 del 2019 e l’affermazione della pace ritrovata sull'assegno divorzile.

07/05/2019 - Note in margine ad una pretesa conciliabilità tra decisioni inconciliabili.


1. Premessa.L’Ordinanza della Suprema Corte n. 10084 del 10 aprile 2019 ha una caratteristica del tutto peculiare.



         In essa si dichiara che la soluzione adottata, in tema di assegno divorzile, dalla Corte di Appello, poi oggetto di impugnazione, “…appare conforme sia alla invocata decisione della I sezione di questa Corte n. 11504 del 10 maggio 2017 che alla successiva pronuncia delle Sezioni Unite n. 18287 dell’11 luglio 2018 in quanto ha accertato sia la condizione di non autosufficienza economica della … sia la ricorrenza dei parametri indicati dall’art. 5 della legge divorzio come sono stati valorizzati dalle Sezioni Unite con la citata pronuncia dell’11 luglio 2018”.



         Allora, prima di ripercorrerne il contenuto, si vuole evidenziare come la Suprema Corte dichiari possibile ricondurre l’orientamento espresso, contemporaneamente, al contenuto di due provvedimenti che, oggettivamente, sono alla base di uno dei contrasti più rilevanti avvenuti tra il 2017 e il 2018 in ambito di giurisprudenza della famiglia[1].



         Da un lato, la decisione del 2017, che è stata indicata come una sorta di “svolta epocale” in materia di assegno divorzile, avendo eliminato il riferimento al tenore di vita precedente e avendo sancito l’assoluta necessità della verifica del requisito della mancanza dei mezzi adeguati, prima di calcolare l’entità dell’assegno stesso (c.d. giudizio bifasico); dall’altro lato, la decisione a Sezioni Unite del 2018, apertamente critica nei confronti del precedente contro il quale, in fin dei conti, è stata emessa e che ha riportato l’assegno divorzile alla triplice valenza assistenziale, perequativa e compensativa, eliminando espressamente la necessità del giudizio bifasico.



 



         2. La vicenda oggetto di attenzione. Nel caso in esame da parte della Suprema Corte, viene trattato un ricorso avverso ad una pronuncia della Corte di Appello di Cagliari, che ribalta una precedente decisione di merito che aveva negato il diritto all’assegno divorzile ad una ex coniuge richiedente.



         Si è in presenza di una coppia, risultata coniugata per un triennio prima di separarsi di fatto, la separazione effettiva era stata chiesta nel 2008 ed intervenuta nel 2010, ma nella odierna decisione non si parla di eventuali assegni di mantenimento.



         Si evidenzia come la signora abbia avuto un figlio nel 2012, da altra relazione, e attualmente risulti convivere con lo stesso e la di lei madre, senza svolgere alcuna attività lavorativa, né percepire alcun affitto o pensione (sic) e che, al momento dell’appello, risultava avere 43 anni.



         L’ex marito, di fronte alla pronuncia di secondo grado che stabilisce un assegno di 150,00 (centocinquanta) euro mensili a favore della signora, decide di ricorrere per la cassazione, ma la strategia difensiva viene pesantemente contestata in sede dell’ordinanza in commento evidenziandosi, da una parte, contraddittorietà nella formulazione delle rubriche dei motivi del ricorso nonché, addirittura, il mancato rispetto dei “…requisiti richiesti  dal nuovo testo dell’articolo 360 c. 1 n. 5 c.p.c., alla luce della consolidata giurisprudenza di legittimità (a partire dalla nota sentenza delle S.U. n. 8053 de 7 aprile 2014), indicando specifici fatti il cui esame sarebbe stato omesso dal giudice di merito pur a fronte di una specifica deduzione nel corso del giudizio”.



         Insomma, pare di capire dalla stringata narrativa disponibile, che nel ricorso per cassazione sia stata ipotizzata l’esistenza di una convivenza di fatto (che la Suprema Corte chiama ancora “more uxorio”), senza in alcun modo fornire riferimenti chiari a quelle parti della sentenza impugnata che non avrebbero valutato le asserite prove su tale questione.



         All’esito del giudizio, quindi ed in sostanza, viene confermato il diritto al “magro” assegno divorzile sopra indicato, sulla base di quanto affermato dalla Corte di appello.



 



3. Considerazioni sulla natura dell’assegno divorzile come determinato dall’Ordinanza. In prima battuta, non posso non osservare la debolissima ratiologico-giuridica che, in base alla norma cardine (art. 5, c. 6 legge sul divorzio), giustificherebbe un’attribuzione senza limiti di tempo ad una signora, a quanto risulta in salute, di poco più di quarant’anni sulla base della considerazione secondo cui, in Sardegna, a tale età e senza titoli di studio particolare, risulterebbe precluso per tutta la vita lo svolgimento di qualsiasi attività lavorativa.



L’asserita debolezza del ragionamento, a mio modo di vedere, deve trovare specifica illustrazione anche e soprattutto nell’ammontare dell’assegno deliberato e, in qualche modo, inflitto all’ex marito.



Si crede forse che possa non considerarsi il dato rappresentato dall’incidenza economica della somma di euro 150,00 mensili, sulla vita di una quarantenne priva di qualsiasi reddito e/o proprietà, per di più gravata dall’accudimento di un figlio minore?



O, piuttosto, deve osservarsi che la volontà di condannare al pagamento di un assegno divorzile purchessia, al netto delle richiamate carenze della difesa dell’ex marito, abbia finito per condurre i giudici ad un risultato di per sé irrazionale ed illogico?



Insomma, se effettivamente la signora in questione, pur se a casa della madre, anche se nella economica cittadina sarda di residenza, si trovasse a dover far fronte alle proprie necessità e a quelle del figlio minore con la somma di euro 150,00 mensili, credo che nessuno potrebbe obiettare circa la presenza di fonti di reddito occulte, laddove non si riscontrassero richieste di aiuto ai servizi sociali o equivalenti, volti a fornire il necessario, direi indispensabile, supporto economico.



Di fronte a simili, direi ragionevoli, considerazioni, idonee a costituire anche presunzioni semplici in giudizio, mi verrebbe da ritenere che, da un lato, tutta la decisione in questione è solo frutto di una carente attività difensiva e di prova da parte di chi chiedeva la cancellazione dell’obbligo dell’assegno ma anche, dall’altro lato, che ci sia stato un certo appiattimento acritico da parte dei Supremi giudici sulle posizioni espresse in fase di gravame giacché, un matrimonio di soli tre anni e la giovane età della richiedente l’assegno potevano da soli, portare a ritenere che non sussistessero le condizioni normative per imporlo.



Ci si riferisce, soprattutto, a quelle “ragioni oggettive” che impedirebbero di procurarsi qualsivoglia fonte di reddito che, fatte valere per una poco più che quarant’enne in buona salute, anche nella non floridissima economia della Sardegna, lascerebbero veramente ritenere che l’isola in questione sia una terra in totale povertà quale, in realtà e secondo i dati recenti, non risulta affatto essere[2].



 



4. La singolare compatibilità della decisione impugnata con i due opposti precedenti della Suprema Corte. L’aspetto che, in effetti, appare il più interessante dell’Ordinanza, è però quello già segnalato, dell’asserita riconducibilità della decisione impugnata ai due precedenti opposti della Suprema Corte in tema di assegno divorzile.



A quello del 2017, n. 11504, il cui principio di diritto recita:



Il giudice del divorzio, richiesto dell'assegno di cui all'art. 5, comma 6, della legge n. 898 del 1970, come sostituito dall'art. 10 della legge n. 74 del 1987, nel rispetto della distinzione del relativo giudizio in due fasi e dell'ordine progressivo tra le stesse stabilito da tale norma:



A) deve verificare, nella fase dell'an debeatur - informata al principio dell'autoresponsabilità economica" di ciascuno degli ex coniugi quali "persone singole", ed il cui oggetto è costituito esclusivamente dall'accertamento volto al riconoscimento, o no, del diritto all'assegno di divorzio fatto valere dall'ex coniuge richiedente -, se la domanda di quest'ultimo soddisfa le relative condizioni di legge (mancanza di «mezzi adeguati» o, comunque, impossibilità «di procurarseli per ragioni oggettive»), con esclusivo riferimento all’indipendenza o autosufficienza economica" dello stesso, desunta dai principali "indici" - salvo altri, rilevanti nelle singole fattispecie - del possesso di redditi di qualsiasi specie e/o di cespiti patrimoniali mobiliari ed immobiliari (tenuto conto di tutti gli oneri lato sensu "imposti" e del costo della vita nel luogo di residenza dell'ex coniuge richiedente), delle capacità e possibilità effettive di lavoro personale (in relazione alla salute, all'età, al sesso ed al mercato del lavoro dipendente o autonomo), della stabile disponibilità di una casa di abitazione; ciò, sulla base delle pertinenti allegazioni, deduzioni e prove offerte dal richiedente medesimo, sul quale incombe il corrispondente onere probatorio, fermo il diritto all'eccezione ed alla prova contraria dell'altro ex coniuge;



B) deve "tener conto", nella fase del quantum debeatur - informata al principio della «solidarietà economica» dell'ex coniuge obbligato alla prestazione dell'assegno nei confronti dell'altro in quanto "persona" economicamente più debole (artt. 2 e 23 Cost), il cui oggetto è costituito esclusivamente dalla determinazione dell'assegno, ed alla quale può accedersi soltanto all'esito positivo della prima fase, conclusasi con il riconoscimento del diritto -, di tutti gli elementi indicati dalla norma («[....] condizioni dei coniugi, [....] ragioni della decisione, [....] contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, [....] reddito di entrambi [....]»), e "valutare" «tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio», al fine di determinare in concreto la misura dell'assegno di divorzio; ciò sulla base delle pertinenti allegazioni, deduzioni e prove offerte, secondo i normali canoni che disciplinano la distribuzione dell'onere della prova (art. 2697 cod. civ.)”.



Con il principio di diritto del 2018, n. 18287 che, alquanto diversamente, dichiara che:



Ai sensi dell’Art. 5, c. 6, l. n. 898 del 1970, dopo le modifiche introdotte con la l. n. 74 del 1987, il riconoscimento dell’assegno di divorzio, cui deve attribuirsi una funzione assistenziale e in pari misura compensativa e perequativa, richiede l’accertamento dell’inadeguatezza dei mezzi o comunque dell’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, attraverso l’applicazione e i criteri di cui alla prima parte della norma i quali costituiscono il parametro di cui si deve tenere conto per la relativa attribuzione e determinazione, e in particolare alla luce della valutazione comparativa delle condizioni economico-patrimoniali della parti, in considerazione del contributo fornito dal richiedente alla conduzione della vita familiare e alla formazione del patrimonio comune e personale di ciascuno degli ex coniugi, in relazione alla durata del matrimonio e all’età dell’avente diritto”.



Senza dilungarmi troppo segnalo che le due sentenze, di per sé, sono inconciliabili e che ciò emerge, in primis, dai due lontanissimi principi di diritto appena riportati.



Che poi si dica che, l’aver tenuto conto delle ragioni oggettive che impediscono alla donna di avere un reddito rappresenterebbe un adeguamento alla decisione del 2017, mentre l’utilizzo dei parametri di cui al noto art. 5 della legge sul divorzio (l’Ordinanza non richiama il comma 6) costituirebbe un adeguamento alla decisione del 2018, mi lascia più che perplesso.



Da un lato, infatti, si sintetizza il portato di due articolatissime decisioni della Suprema Corte in passaggi di nemmeno una intera riga delle stesse. Dall’altro lato, comunque, tali passaggi sono anche sintetizzati male, perché nella decisione del 2017, per l’accertamento della mancata autosufficienza economica, si pretende un’attenzione che, certo, non può ritenersi presente nella riportata motivazione  della Corte di appello sarda.



In essa, addirittura, la mancata iscrizione alle liste di collocamento (lo si ripete, di una poco più che quarant’enne), anziché costituire un’inaccettabile dimostrazione di mancata disponibilità ad impegnarsi nella ricerca di un lavoro, che dovrebbe ostare alla configurabilità della carenza del requisito della non autosufficienza economica, finisce per contribuire a giustificare tale situazione e l’obbligo indefinito dell’ex marito al pagamento dell’assegno divorzile (in evidente contraddizione con il ripetuto criterio secondo il quale l’assegno in questione non deve favorire posizioni di rendita parassitaria). E, per di più, si dichiara verosimile che la stessa richiedente riceva del denaro dal padre de figlio avuto dopo la fine del matrimonio, senza che ciò incida sul suo diritto all’assegno divorzile sempre in termini di autosufficienza economica.



Relativamente, infine, al precedente a Sezioni Unite del 2018, risulta del tutto assente quel “accertamento probatorio rigoroso del rilievo causale”  delle vicende matrimoniali sulla sperequazione economica determinatasi dopo il matrimonio che, in effetti, rappresenterebbe l’unico forte richiamo fatto dalla sentenza stessa all’attività che andrebbe svolta in sede di merito.



Pertanto e conclusivamente, non si riesce proprio a comprendere le ragioni che hanno portato a questa specifica affermazione di vicinanza di due decisioni del tutto inconciliabili e ci si augura vivamente che la proposta di legge in esame alla Camera  possa presto fornire un quadro più semplice e definito in materia di assegno divorzile.



 



                                                                      Gianfrancesco Vecchio  



 









[1]Per sintesi rinvio ai miei: L’Assegno Divorzile, 2019, Roma, passim e a La Suprema Corte di Cassazione decide di aderire alle scelte legislative in tema di assegno di divorzio, in Vita not., 2017, 685 così come alle opere ivi richiamate.





[2]Cfr. http://www.ansa.it/sardegna/notizie/2018/12/13/istat-disoccupazione-cala-del-34_9b97347d-2be4-4295-9b28-4dfbe7b30088.html





 




Per visualizzare questo documento, devi fare l'accesso: LOGIN >


Quanto ti è piaciuto questo articolo?   



Visualizza altri commenti:





DIVENTA REDATTORE
Contribuisci alla crescita del portale
Chiedi di diventare Redattore. Il portale cresce grazie anche a Te. Invia una email a: comitatoscientifico@maurovaglio.it.
I requisiti minimi per valutare la tua richiesta sono: appartenenza ad un albo professionale o certificabile riconoscimento come opinion leader in un settore professionale.