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  Articolo redatto da:
  gianfrancesco vecchio



Solidarietà post-coniugale o ammortizzatore sociale?

20/05/2019 - Breve lettura critica della proposta di riforma dell’assegno divorzile all’esame del Parlamento.


     Sulle infelici coppie italiane, quelle che purtroppo sono destinate a sciogliersi per le ragioni più differenti ma che, del tutto inconsapevolmente, hanno a suo tempo commesso l’errore di sposarsi o di unirsi civilmente, sta per abbattersi l’Atto Camera 506.



   Con la sua approvazione, appena avvenuta senza neanche un voto contrario, il disegno di legge di riforma dell’assegno divorzile è passato al Senato dove, si spera sinceramente, i parlamentari più anziani potranno inserirvi quel paio di interventi che appaiono assolutamente indispensabili.



   In realtà, volendo essere sintetici al massimo, l’intervento del tutto necessario è solo uno, e si concretizza nella determinazione temporale fissa della durata della prestazione a favore del richiedente.



   Non dedicando volutamente attenzione alle singolari modifiche delle ragioni che dovrebbero essere poste alla base di questa erogazione patrimoniale tra estranei – quali sono i soggetti divorziati – emerge come tutto ruoti intorno alla domanda che costituisce il titolo di questo commento.



   Se si intende dare effettività all’affermato ricorrere della fine dell’unione matrimoniale attraverso il divorzio, occorre che il legislatore si prenda l’onere di quantificare in maniera puntuale, e non estendibile dai giudici, la durata massima della prestazione economica che un ex-coniuge sarà chiamato a versare all’altro.



    Ciò, per due ben comprensibili ragioni.



   La prima è costituita dal fatto che attribuire tale possibilità al giudice, così come avviene nel sopra richiamato disegno di legge, risulta del tutto velleitario perché nessun giudice, forse anche correttamente, si assumerà mai il rischio di delimitare la durata di detta previsione, sulla base delle possibili/ipotizzabili prossime occasioni di guadagno per il richiedente.



   Tra l’altro, e per di più, tale possibilità è già presente nella normativa applicata, laddove si autorizza l’onerato della prestazione a promuovere una riconsiderazione giudiziale del suo obbligo, in presenza di evidenti miglioramenti economici del beneficiario dell’assegno.



     Il perché il giudice, ricorrendo simile possibilità, dovrebbe arrischiarsi ad effettuare calcoli previsionali sulla durata delle difficoltà economiche del richiedente, è una domanda cui i deputati sembrano non aver assolutamente provato a dare una risposta, in quanto altrimenti non avrebbero inserito la previsione in questione. 



   La seconda ragione è connaturata alla stessa natura che si intende dare al concetto, di estrazione tutta dottrinale e giurisprudenziale, di solidarietà post coniugale.



    Se si tratta veramente di ciò, è caratteristica di essa una durata massima non prorogabile, e ciò a prescindere dal permanere o meno di situazioni di difficoltà/necessità economica del beneficiario.



     Affermare diversamente, vorrebbe solo dire che con il sì matrimoniale, uno dei due coniugi (ma anche uniti civilmente) diventa, in caso di successivo divorzio, potenzialmente beneficiario di una prestazione economica a vita da parte dell’altro.



    A me sembra che così non dovrebbe essere, ma poiché questa è la conseguenza del testo uscito dalla Camera dei Deputati, occorrerebbe assolutamente inserire questa clausola nell’atto di matrimonio che viene sottoscritto al momento del sì per, almeno, permetterne la consapevolezza ai nubendi.



   Circa la durata che il legislatore dovrebbe, invece, assumersi l’onere di determinare in misura massima, lasciando chiaramente al giudice il potere di ridurla alla luce delle vicende particolari del singolo divorzio, proporrei un massimo di 6/7 anni che, ragionevolmente, estenderebbero in tempi accettabili ciò che altrimenti, non sarebbe “post coniugale” ma, ben diversamente, “eterno”.



   A chi dovesse lamentare il rischio che ex-coniugi, anziani o meno, potrebbero trovarsi così in difficoltà per l’interruzione dell’assegno, non si potrebbe che rispondere che non si può essere “ex-coniugi” a vita e che, inoltre, detti soggetti sono anche “cittadini” ed è pertanto allo Stato, che dovrebbero rivolgere le loro richieste di sussidio o intervento in genere.



    Nel caso, purtroppo insperato, che ci fosse anche tempo per inserire una seconda modifica al disegno di legge in questione, essa sarebbe brevissima e immediatamente abrogativa. Andrebbe cioè cancellato il meccanismo della separazione personale tra i coniugi.



   La sua presenza oggi, nel solo caso del matrimonio ma non delle unioni civili, costituisce una così imbarazzante violazione del precetto costituzionale dell’uguaglianza tra cittadini, che non ci si capacita del come risulti ancora presente nell’Ordinamento.



 



                                                                      Gianfrancesco Vecchio  




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